Come sono fuggita dalla dittatura dei tacchi
La mia altezza (così come è segnata sulla carta di identità) è di un metro e settanta.
Per alcuni sono alta, per altri nella media.
Fatto sta che, crescendo, non ho mai sentito il bisogno di indossare i tacchi.
Per me, l’interesse nei confronti di zeppe, stilettos, kitten heels, eccetera, è arrivato tardi, dopo i 20 anni, più come bisogno estetico che come necessità di altezza.
Non potevo negare infatti la bellezza di questo tipo di calzature. Sembravano, inoltre, un requisito necessario per lauree, colloqui di lavoro e matrimoni.
E quindi, come enorme dolore del mio portafoglio, ho cominciato a provarne di tutti i tipi. O meglio, di quasi tutti tipi. Perché comunque non sentivo la necessità e non avevo le capacita fisiche per tacchi oltre gli otto centimetri.
Ad un certo punto ho trovato un paio di stivaletti della Timberland.
Semplicissimi, in pelle nera, con un tacco largo, alti appena sopra i cinque centimetri. Sono diventati le scarpe che indossavo di più durante l’inverno e l’autunno.
Le usavo per camminare chilometri, e non mi facevano male se non proprio a fine giornata.
Dato che ero così a mio agio con questi fantastici stivaletti, ho cominciato a provare altri tipo di scarpe con la stessa altezza di tacco.
E qui sono cominciati i dolori.
Per prima cosa, mi sono resa conto che per la particolare forma del mio tallone, se non ho qualcosa che “ancora” la scarpa alla mia caviglia, dopo qualche passo mi ritrovo scalza. Ho provato cuscinetti, scarpe più strette, e tutti i consigli che ho trovato su Internet, ma ad un certo punto ho dovuto riconoscere che stavo combattendo una battaglia persa.
E poi, il non aver fatto sport per la maggior parte dell’adolescenza si è finalmente fatto sentire, e questo ha dato il via a problemi alla schiena, poi alle ginocchia, riabilitazione, plantari eccetera.
A questo punto della storia ho circa ventisette anni e sono una consulente di immagine da un po’ di tempo. Onestamente una parte di me faceva fatica ad accettare il fatto di non poter indossare i tacchi. Mi sembrava stridesse con la mia professione.
Ho cominciato a cercare alternative che mi facessero stare bene e sentire elegante. E sono arrivata alla conclusione che far dipendere l’eleganza di un outfit da un solo elemento è estremamente pigro. In un outfit i vari elementi dialogano per creare un discorso che crea un’immagine ben precisa di noi agli occhi di chi ci guarda.
All’interno di questa conversazione, i tacchi urlano “eleganza” da un chilometro di distanza. Ma ci sono anche altri elementi che magari presi da soli non lo urlano, ma uniti possono fare ancora più rumore.
Un mio tipo di outfit che sto indossando a ripetizione questa è primavera è: camicia, jeans e scarpe da ginnastica.
la camicia è già elegante, ma per bilanciare l’essenza sportiva delle scarpe da ginnastica aggiungo anche accessori come orecchini di perle, foulard di seta e spille.
Insomma, quello che comunica il nostro outfit deriva dall’equilibrio delle sue parti.
Anche il tipo di scarpe sportive che scegliamo può cambiare il modo in cui il nostro outfit viene recepito.
Scarpe di un solo colore, magari in pelle, sono più eleganti di scarpe da trecking o corsa, che normalmente sono in tessuto tecnico e hanno dei disegni ai lati.
Ovviamente anche lo stato delle scarpe segnale un certo tipo di eleganza. Scarpe sporche o bucate sono da evitare se volete trasmettere classe.
Ci sono ancora degli eventi (matrimoni o comunque eventi a cui non si cammina tanto) a cui mi piace andare con un minimo di tacchi ai piedi. Ma è sempre un tacco sotto i 6 centimetri e molto spesso largo e solido.
Il consiglio migliore che vi posso dare per trovare calzature che vi facciano stare bene, è di capire quali sono i vostri non-negoziabili quando si tratta di scarpe e cercare esattamente il paio che corrisponde a tutti questi requisiti.
Dopo di che il segreto è quello di costruire l’outfit bilanciando gli aggettivi che volete comunicare.
Semplice vero?